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a proposito di ‘Jungle: la mostra personale di Bato’

Quando penso a qualcosa di giunglesco, penso a Salgari.
In pratica funziona così: tu prendi una cosa, una qualsiasi cosa, e poi la salgari, e quella ti si ingiungla all’istante. Si ode un ruggire di tigri brunite, le fronde s’intasano di uccelli e primati, spiagge assolate, tamburi tonanti, liane e imboscate.
E poi un verde forte che sgocciola ovunque e inghiotte tutte le cose.
Da qui il mio stupore nell’aver appreso che Bato è scomparso proprio nella giungla!
Ma cosa diavolo ci fa Bato, che nell’ultima puntata s’era dato alla macchia, tra gli artigli e le ali, gli agguati striscianti e le fughe improbabili, i corni puntuti e le dita opponibili, e tutto quel verde intricato e infestante?
Vuole cambiare bevande?
Dalle misture marroni di caffè a quelle alla foglia di thè?
Così, tanto per dare una bella prima mano di verde?
Bato però sembra ridere di quello che ci aspettiamo da Bato, si prende sacco a pelo e machete, e sulla soglia della selva esclama:
“Torno alla figura.”
Boom.
Me l’ha detto la Lenzi, disperata al telefono.
“Ha detto proprio così, vammelo a riprendere, Frà!!”
“C’è una taglia?”
“Quindici guinee”
Bene, potevo starci…
Allora mi faccio prima un bel giro, poi chiamo un paio di volte la Sciarelli, poi sento che si dice tra i vicolacci bui della lurida Roma.
Mi sveglio l’ennesimo mattino e sono ancora a Pietralata, e più tempo passo qui, più mi indebolisco, mentre Bato diventa più forte ogni minuto che passa accucciato nella giungla.
Lo vedevo, tra le liane e le belve e le altre creature.
Lo avrei trovato, lui o qualche bestia rara, indicibile, misteriosa.
Rimedio finalmente un passaggio da uno zatterone a motore che risale l’Aniene e su lungo il Tevere; e approdo infine a Ponte Sisto, per raggiungere Via Giulia, dove l’hanno visto l’ultima volta.
Metto piede dentro, e due belve feroci incastonate nel ferro mi intimano di guardarmi bene il passo, una volta traversato.
Tra tutte le belve, le più implacabili ed eccezionali: una tigre ed un leone.
La tigre è una C che bruisce, con dorso snellito in foglia battuta nel ferro e dopo saldata.
E’ appena atterrata e pronta alla zampata.
Il leone è una grossa corolla di pianta carnivora su una schiena possente che curva.
Nessuno, neppure la notte, oserebbe sfidarlo.
Ed era solo la soglia della giungla…
Sposto l’ampia foglia di una pianta gigante che da sola copriva la visuale, come fosse un sipario diafano e fotosintesico.
E dopo boom.
Giungla di Bato a perdita d’occhio.
Tutto parla del suo passagio, come con Kurtz; ma lui però è passato allegro come Mogwli, ben inserito come Tarzan.
Ma che dico, di più: è un Adamo autorizzato a dare le forme alle cose, invece che i nomi!
E questo sì che è tornare alla figura, signori!
Tutto nella selva intricata è figura, ma figura che rimanda a Bato.
Alle sue curve, alle sue incresapature, a quelle sue tinte e i suoi segni a carboncino.
Bato gli ha dato le forme che gli riguardano, alla giungla, fino a rimodellarsela addosso.
E si è divertito non poco, date retta a me…
Tanto per far capire che non si scherza affatto, si è triplicato:
Dipinti, schizzi e sculture.
Trino, con triplice effetto, come dio e certi dentifrici.
Uno eppure trino… ma cosa si è messo in testa?
Bato si è fatto come quei delta che sfociano enormi alla resa del Congo, si mette alla prova, è un Bato che è un Gange.
Ribadisce il concetto di forme, che anche nei diversi stili proposti, risuonano una con l’altra.
Non c’è Vodoo qui.
C’è Technicolor!!
C’è una tigre che balza feroce in triangoli neri e marroni, e il suo lungo saltare si tinge del colore delle piante che sposta, e piano si fa di un bel verde. E la tigre ha la stessa espressione da C innervosita di quella all’entrata.
Affiora dalle acque un caimano con denti di mina e armatura egizia di oro, e affiora dalle lande supreme di colore schiumato, a cui Bato ci ha già abituato. E lo stesso caimano è schizzato come in quattro momenti del giorno mentre che lui riaffiora sempre, è sempre sul far del ritorno.
Marabù si levano in macchie nere che nell’esplosione si fanno ali e code, e rossi quei becchi sulle carogne. E poi un baccano severo, una Rumble into the Jungle, l’incontro ai vertici di due gorilloni che menano e mordono, dipinti da un Bato sicuro, con macchie superbe che sì, daranno pure le forme, ma dannno anche dell’altro. E lungo la schiena di uno dei due, il carboncino traccia un tratto spinale e poi triangolare, che finisce per somigliare a quelle foglie schiuse tra gli Schizzi della piante e dei fiori, la Flora di Bato.
Ancora incarnata, in bocche dentate, mucose infiammate ed alberi come montagne.
E intanto la Parata dei Mandrilli gagliardi; trittico di Ibis Scarlatto; serpenti in combutta ai danni di un Bucero, che rapido si smacchia di torno; un boa smeraldino che ingoia la scimmia; un orso che pesca; un bel babirussa a riposo vicino ad un albero (che è come un cinghiale iper-selvatico, e quindi valeva anche dire ‘cinghiale a riposo vicino ad un albero’); un insetto stecco scrostato dalla coltre verde di un muschio militare; un leone che si scontra col boa, e alla fine si mischiano insieme tale era l’impeto del primeggiare.
E gli schizzi sono gli ingredienti dei quadri, a mille cosparsi lungo i selciati, abbozzano ancora quelle forme sfuggenti, tonde e annacquate, mezzo mischiate, in parte scomposte e poi compattate.
Il gioco di Bato.
Il Regno di Cong.
Non c’è Vodoo qui, c’è il diverimento di chiudere tutto in poche forme precise e definitive.
Bato ci ha messo lo zampino dietro a questa giungla; ha architettato tutto lui.
In pratica spunta da ovunque.
S’è fatto una cattedrale vegetale e fauno autoreferenziale.
A lui le sue statue di gorilla con braccia di ponti, struggenti leoni fioriti in aprile e ruggenti, i bronzi, le resine e le cere; le matite, le chine e le techiche miste.
E’ tutto un marasma intricato di teste di C (come nella vita non credete?): le tigri, i serpenti, gli orsi, i leoni; e poi tutti i corpi a forti colori, che vanno a snellirsi in gesti veloci, fino a farsi foglie e passi leggeri.
Quando sono tornato, ho capito che non c’era alcun bisogno di cercare Bato, perché proprio con lui ero stato nelle ultime ore.
Perso lì in mezzo, tra le sue soluzioni e le sue conclusioni.
Alla fine sono entrato nella giungla e ho trovato una bestia rara.
E’ il Bato.
(inutile dire che le quindici guinee non si sono viste, no?)

Danilo Pette, La Bestia Rara, marzo 2018

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Bestiarum vocabulum proprie convenit leonibus, pardis, tigribus, lupis et vulpibus canibusque et simiis ac ceteris, quae vel ore vel unguibus saeviunt, exceptis serpentibus. Bestiae dictae a vi, qua saeviunt.

(Il termine «bestie» spetta propriamente ai leoni, ai pardi, e tigri, ai lupi e alle volpi, ai cani e alle scimmie, e altri, che infieriscono o con la bocca o con gli artigli, non ai serpenti. Le bestie prendono nome dalla violenza con la quale infieriscono.)
Isidoro di Siviglia (560 ca.- 636), Etymologiae

 

Nel Medioevo, i bestiari erano delle opere didattico-divulgative a carattere simbolico, allegorico e moralizzante, che raccoglievano e mescolavano conoscenze scientifiche e naturalistiche con credenze religiose e popolari, assieme a creazioni favolistiche e fantastiche sul mondo animale. Eredi dei trattati zoologici dell’antichità e della tarda antichità (tra cui le Etimologie di Isidoro da Siviglia), costruirono, tra il XII e XIII secolo, un vero e proprio genere letterario: tali enciclopedie cristiane permettevano di interpretare le meraviglie del creato in chiave edificante.
Con Jungle, la ricerca di Bato prende spunto da questa tradizione, per indagare le affinità strutturali che legano l’uomo e gli animali. Focalizzando la sua ricerca sugli abitanti della giungla, Bato traccia il suo personale bestiario contemporaneo, che si nutre di spunti tratti dalla lettura di numerose fonti scientifiche e dalle opere di alcuni scrittori d’avventura, tra cui Rudyard Kipling, Emilio Salgari e Herman Melville.
La sua tassonomia delle bestie – che include orsi, scimmie, tigri, marabù, leoni, gorilla, mandrilli e coccodrilli – sembra seguire in modo quasi letterale la definizione di Isidoro di Siviglia, per cui la bocca rappresenta il simbolo distintivo dell’aggressività e ferocità delle creature. Ed è proprio quest’elemento ad essere sempre presente nelle opere di Bato: con un tratto guizzante e sinuoso, lega così in modo indissolubile il mondo animale a quello umano sotto il segno dell’istinto e della spietatezza, passando dall’analogia all’omologia, grazie alla libera associazione delle forme. Anche le piante – spettatrici innocue solo in apparenza – rivelano spinose insidie.
Ad accentuare la violenza del soggetto concorrono l’eleganza del segno e la scelta cromatica, rarefatta in colori caldi e brillanti, impiegati in modo non realistico e stesi su vaste campiture bianche. Nonostante il senso di apparente immediatezza che le tele comunicano, il processo creativo di Bato prevede elaborati studi, schizzi e bozze, che gli permettono di creare una composizione equilibrata e armonica nella sua essenzialità, come se si trattasse di un’improvvisazione calcolata che non lascia spazio a ripensamenti.
Se le opere su tela vanno nella direzione della semplificazione e dello svuotamento della forma, fino a ridurla al suo contorno, le sculture – un nuovo capitolo della ricerca artistica di Bato – ne rappresentano invece la controparte volumetrica, con evidenti richiami tra i due.
Comparando le versioni dello stesso animale eseguite con materiali diversi quali la cera, la resina acrilica bianca, il bronzo, ed il ferro battuto (lavorato a metodo diretto, per aggiunte), riusciamo a scoprire ogni volta accenni nuovi e diversi, come se stessimo indagando un soggetto con lenti differenti. Qui il segno sembra abbandonare la natura eterea propria delle opere pittoriche e farsi concreto e tridimensionale, pur mantenendo la stessa flessuosità e il carattere impressionistico.
Con Jungle, Bato attinge ad un immaginario surreale per creare un microcosmo abitato da una nebulosa di creature: in questa stratificazione di forme ed immagini, oscilliamo tra l’animale e l’umano, sulle tracce di un’orma e l’arco di una bocca.

Luisa Grigoletto

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I Romani per esempio usavano l’espressione Hic sunt leones (“qui ci sono i leoni”) per indicare, nelle cartine, le regioni inesplorate e quindi pericolose.

Certo lo potresti fare: cercare un senso compiuto oppure un appiglio nelle gocce di Caffè&China  evase da qualche sorso irrequieto; che come isole liquide vanno poi a galleggiare sul legno della tavola.
Come no, lo potresti fare.
Potresti decretare forme alle nuvole in sosta vietata nel cielo, se non hai nulla di meglio da fare.
Come l’ubriaco che non alza più la testa da tavola perchè ci ha trovato una missione.
Come immenso cielo stellato di moca, apparecchiatosi sulla tovaglia per essere contemplato.
Timbrato con fondi di tazzine.
Bolla d’imballaggio.
Pronto da spedire.
La vecchia strega vede presagi nel fondo del caffè.
Povera stupida ingenua.
Qui c’è chi ne fa mezzo espressivo, altro che cazzi.
Le silouetthes alla caffeina che Bato ci propone sprigionano un’aroma eccitante, un incantesimo di veglia perpetua che da di
pendenza.
Diluite, schizzate, vaporose, scrosciate.
Avanzi di sgocciolamento.
Sembrano macchie scure su superfici dentali, brulicanti di microbi lineari e fermenti lattici circolari.
Qualcuno ci mettebbe un otturazione.
Non è proprio il caso in questione.
Il pennello che li ha tracciati deve essere un cucchiaio avana zuccherato, estratto da schiuma al cappuccino di china.
E il Cromatismo? direte voi.
Il Cromatismo un cazzo.
E’ l’Intruglio conquistato, la sostanza.
La presa di coscienza che la china decaffeìna.
“Ne prendiamo uno al vetro e uno in tazzina corretto al pigmento nero, grazie”.
La ricetta è semplice, per tutte le signore a casa.
La mistura pitto-caffèEspresso alchemica su base bianco latte, ha un comportamento decorativo come macchia su colletto inamidato.
Crea con la sua essenza oasi brune e specchio parallele, manti setosi di cammello, marmo venato di stoppa. A farci caso è organica, a volte mollica di pane o fetta biscottata, altre buchi di tarlo nel fondo del legno carammellato.
Viste da sopra sono carte geografiche di grandi savane e leoni attorcigilati.
Coordinate di spedizioni lontane su papiro ingiallito.
Decorazioni al tabacco denso, che corrompono il territorio ad ondate e spargimenti.
Ecco dove ci porterebbero, fosse per loro, al naufragio decaffeinato.
Ecco cosa ci propongono: studi su regioni inesplorate, dal selvaggio materiale pittorico, dove poter mostrare l’ombra del gesto & la traccia della volontà & le ragioni del gusto.
E la Figura, direte voi?
La figura niente, cercatela altrove.
Balene che si specchiano in balene, alberi piegati sulla sabbia come schiena di guerriero in rotta, semi in marcia composta scaturiti da ombelichi vegetali, figure che si torcono in panorami finchè non tutto diviene paesaggio dell’intuizione pittorica.
Che ci devi fare con la figura?
La figura si è data alla macchia, per latitudini battute già dall’educazione.
Qui si parla di altro.
Hic sunt batocchiones.

Danilo Pette, HIC SUNT BATOCCHIONES,  9 dicembre 2011

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Ti scrivo dalle viscere della terra la “regione delle madri” forse,
dove sono disceso per conservare incolumi alcuni valori immateriali,  non convertibili, certo,che appartengono al dominio dello spirito umano. In questa profondità ancora verde, la landa dell’originario forse, io cercherò di recuperare il segreto primitivo del nostro significato nel cosmo.
Osvaldo Licini, [da una lettera del febbraio 1941]

E’ un vocabolario astratto ugualmente attento alla geometria quello di Bato, modulato con un’intensità cromatica che infrange la tessitura regolare della composizione. I suoi quadri si compongono di superfici pittoricamente sensibili, con profondità tonali che eludono le campiture piatte e compatte. Nascono così le sue creature inquietanti, ironiche, affascinati e sensuali, svincolate da ogni tentativo di racchiuderle in una “modellazione” e proiettate verso una assoluta
purezza formale. Le sue creazioni posseggono una grazia incantevole dove la pittura diviene gioco misurato di ombre in cui si libera un’originale vena poetica percepibile nelle fragili e leggere strutture fatte di colori tenui e forti insieme campiti a zone, di forme fluide cariche di senso della dinamicità.
Nella rappresentazione dei corpi Bato riduce i particolari anatomici e annulla quasi del tutto i tratti del contesto, ma la leggera struttura volumetrica delle sue figure domina vivacemente nello spazio. L’artista dissolve così la figura umana e la sua identità, riduce a linee appena accennate i corpi, cancellandone i dettagli e facendo emergere la sua ricerca di armonia ed equilibrio dei volumi e delle linee. Prevalgono strutture essenziali e limpide, rette o curve, superfici ondulate che riflettono o imprigionano la luce nei vari movimenti flessuosi: si tratta di strutture aperte, levigate, luminose come bassorilievi in gesso dove il gioco della luce e dell’ombra costituisce l’unico intento compositivo.
L’assenza di pennellate dense e la scelta di materiale fluido – caffè e china – conferiscono all’opera una vita propria, un divenire autonomo, attraverso una struttura pittorica che si modula liberamente nello spazio in intervalli che generano un effetto a tratti armonico e disarmonico. Sono pause indispensabili in questi quadri, che si colgono fra i tratti sottili e le masse piene di colore, ma che rendono le superfici vibranti, leggere, fatte di fantasia e poesia ironica.
Una leggerezza provocante e garbata allo stesso tempo si impossessa degli impercettibili segni sulla tela che conservano un’intensità quasi sofferente, che rievoca i suoni immateriali di una sinfonia.
Le forme  sono private dall’artista di qualsiasi superficialità illustrativa e dimostrativa e tendono piuttosto a farsi portavoce della sua volontà di educare il mondo ad un respiro lieve; con grazia e discrezione fuoriescono dalla tela come versi di una poesia, sono segni dettati dal cuore, forme che diventano sentimento.

Belinda Granata, Ombra Tremula, 7 dicembre 2011

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La collezione sadico /grottesco/cyberpunk, parte stabile del sito,  il Bato precedente il Bato d’oggi,  non può così facilmente essere assimilata a un  “Bacon”prestampato, come han furoreggiato i critici, quanto a uno straniare tra colori una sorta d’immaginario scuro e violento, caro alla cultura underground o cibernetico-primordiale dei giorni nostri. Dall’ombra infittita di figure e carne nasce l’ombra distillata in gocce-confitte nel nero-bruno di fondi di caffe rappreso di cui sono sostanziati questi nuovi, silenzi secchi, perversi, una collezione di ASTRI NERI, da  cui discendono sesso, droghe, heavy  metal, dark, industrial (nel senso del precedere,e ri-discendere). Proprio nella sessualità scura e in fuga verso infiniti SCURI, identifichiamo un paragone musicale con dark, electro dark , industrial. “Roba forte”, per cosi’ dire. Ma ora distillata,  secca  (nel senso di una frase secca).  Poi mi lascio catturare dalla bellezza lapidaria di certi titoli Ipotesi X O R 4, ad es.  ad abbracciare un’intera personale, per il loro suono proveniente da profondi antri d’universi stellati, so bene che hanno un significato e una teoria dietro, ma a me piace vedere il significante, simile agli alfabeti di popoli sconosciuti di Munari, o alle lingue indecifrabili dei Writers. Un underground”out of time”o “against time”, e il piu’ possibile, almeno come impulso,  Fuori dal tempo, per me che l’ho conosciuto, l’impulso a uscire del  nostro, è abbastanza flagrante. Il tempo rimanente, quello del giorno, è sfocato come un’ombra in un fotogramma deteriorato, rimane compresso dietro l’altro tempo, un colore sformato dietro il colore-Fuori.

Cosimo Angeleri, ASTRI NERI, 2009

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Ero giunto alla fine della giornata, ed ero ancora vivo e parzialmente lucido. Sollevai il telo immobile che si stendeva sul quadro. Lo scrutai a lungo cercando qualche imprecisione che aiutasse a capire se era Melanconia o una sua possibile derivazione temporale. Ai tempi della sua creazione, ci eravamo spinti molto a fondo sul concetto di tempo.
“Il tempo non esiste” mi confidò mentre fissava il vuoto.
In fondo era una soluzione accettabile e neanche così banale.

Quella sera mi resi conto che il quadro parlava una lingua diversa,  lontana e familiare nello steso tempo. Cercavo di decifrarlo fino a che potevo concettualizzare ogni suo strato: la visione, le forme, i concetti, le emozioni, i colori, le densità, la frattalità, le onde chimiche e le ampiezze di probabilità. Dentro e fuori, sopra e sotto, chiaro e scuro, lineare e differenziale. Era tutto lì, in un’unica tela, espressione immobile di versioni possibili ed alternative della realtà in cui sentiamo, di essere immersi.
“Il tempo non esiste ma non è una costante” aggiunsi fulmineo.
“Il tempo e lo spazio si influenzano reciprocamente tramite zone di localizzazione più o meno dense”.
Ormai lo spirito che aveva caratterizzato una delle persone più interessanti che io abbia mai conosciuto non c’era più. Lo osservavo mentre lottava contro l’idea della fine, mentre tentava di modificare il più possibile la distanza entropica che si stava via via assottigliando. Era uno scontro impari ed assistevo impotente.
Indicò un libretto scuro tenuto insieme da un laccio poggiato in terra vicino al vaso di melograno. Lo presi e iniziai a leggere una pagina a caso.

[.. la figura piana più semplice possibile, il triangolo, esiste in quanto tale, o esiste in quanto realizzabile? Rispettando i vincoli geometrici soggiacenti alla costruzione di un triangolo, siamo sicuri che esso una volta realizzato – disegnato su un foglio – rappresenti il concetto che pretende di suscitare in tutti gli osservatori? Un piano definisce una geometria dalla quale nascono le condizioni oggettive (assiomi) che ne definiscono lo strato su cui poggia quella specifica realtà. Il concetto stesso di curvatura è avulso dal contesto di “piano geometrico” mentre ogni linea ed ogni punto realizzano quell’approssimazione che tanto si sposa bene con l’intelletto umano. Da contro viviamo su un pianeta che si avvicina tridimensionalmente al concetto di sfera, indi per cui nessun triangolo, per quanto infinitesimo, sarà piano se realizzato su una sfera.
Ora mi risulta possibile ridefinire l’idea del triangolo come “l’idea possibile e indeterminata”. Ieri la curvatura tempo-spazio mi ha sussurrato in un orecchio, senza nessun pudore, la natura della sua esistenza
..]

Mi spiegò che il vaso rappresenta l’uso che generalmente se ne può fare di un contenitore generico: ogni persona può essere espressa come contenentee contenitore. Di fatto ogni spiritualità ed ogni coscienza personale modellano il prototipo vaso in ciò che siamo.
Oltre alle figure umane, cui era solito riferirsi nei suoi dipinti, questa volta aveva inserito anche elementi naturali inanimati, decorativi, seriali. Serie geometriche partorite dalla madre di tutti gli inganni. Era li davanti a me svogliato ma imponente. Un dipinto in cui la natura assumeva forma e contorno era tutto ciò che asciava al mondo. Stava collassando e con lui la funzione d’onda del pensiero umano.

Mi voltai a cercare un appiglio emotivo. Aveva smesso di parlare e il suo sguardo era sempre più spento.
Colsi nella figura appartata in basso a destra se stesso impaurito, ma nello stesso tempo incuriosito, da ciò che avveniva dall’esterno – al cento del quadro – dove personaggi organizzati su modelli piramidali modificavano e manovravano le vite di ignari esseri umani, chini a raccogliere quello che a loro sembrava condurre ai fondamenti dell’esistenza. Ero abbastanza stupito da quello che aveva ottenuto. Molti dei discorsi intrapresi negli ultimi mesi erano germogliati in un ‘opera concreta. In fondo era giusto che fossi lì a tentare di sciogliere l’intricato peso pittorico che gravava sul dipinto: avevo contribuito inconsapevolmente alla sua genesi concettuale ed ora dovevo completarne l’intenzione.

[.. una volta consolidato il concetto di “evento” riusciamo a definire l’identità tra due punti. Da cui la non – identità è il concetto stesso di retta. Applicando ricorsivamente questo ragionamento passiamo rapidamente alle tre dimensioni per approdare a ciò da cui eravamo partiti, la quarta dimensione “probabile” ..]

Aveva annotato tutto ciò che non era possibile dipingere ma che era possibile concettualizzare. Melanconia muta lo strato  su cui poggiava il suo significato istante dopo istante. C’era una zona, quella in alto dietro al lampione, rimasta stranamente in bianco. Solo onde di probabilità ed orbitali tetraedrici a spiegarne l’inconsistenza.
E seduto sul letto. Mi sentii stringere il polso sinistro così mi voltai. Il suo sguardo determinato, definiva l’ultimo slancio: era pronto mentre io ero completamente allucinato. Capii che dovevo completare il dipinto. Ne aveva bisogno per andarsene. Presi una matita ed iniziai a scrivere. Da quel momento in poi non posso dire con certezza se gli eventi che si susseguirono furono coerenti co le leggi di questo mondo.

“.. dal punto alla retta, verso la figura bidimensionale minima, passando per il quadrato fino ad aumentarne esponenzialmente i lati. Il cerchio come ultimo stato di illuminazione..”
π diviene ciò verso cui tendere per collegare la razionalità percepita con l’irrazionalità suggerita dall’ infinitamente piccolo ed infinitamente grande. Sovrapposizioni lineari di stati egualmente probabili, definiti secondo ampiezze di probabilità, le quali sorridono all’idea che un osservatore tenti di imitarle. Osservare significa perturbare, l’unica soluzione all’esistenza è la condivisione.
La natura si compie tramite leggi quadratiche. La discrepanza tra l’area del quadrato e l’area del cerchio mette in relazione ogni circonferenza con ogni diametro indipendentemente dalla scala di osservazione, quindi indipendentemente dall’osservatore. Indeterminazione violata!

Avvertivo crescere sempre più l’equivalenza tra l’energia e la densità di massa localizzata. Il limite superiore venne abbattuto di colpo, caddi a terra e dimenticai chi fossi.
Quando riaprii gli occhi c’erano persone più o meno eleganti che spiegavano  Melanconia ad un pubblico disinteressato. Chi ubriaco, chi lascivo, chi pseudo soddisfatto nell’ego, chi deluso da una vita vile condotta senza strappi, chi illuso di esser meglio a prescindere, chi morente in una stanza piena di cadaveri, chi ancora troppo curioso per capire chi lo fotterà, chi perso in un utero fin troppo esperto, chi convinto di poter entrare e uscire da qualunque situazione, chi troppo legato alle proprie radici e chi invidioso dei funerali, chi ha risolto equazioni e chi paventa risultati altrui come propri, chi stanco e chi appena nato, ma tutti in fondo più simili di quello che pensano.
Il metodo è il metodo stesso, e Melanconia parlava proprio di questo.
Ora tutto quello che potevo scorgere tra la folla era solamente una tela bianca di due metri per circa un metro e mezzo, dove chiunque poteva disegnarci sopra qualsiasi cosa.

Marco Tramontana, Melanconia , 2008

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Bato esprime pienamente quel gesto autoritario che grandi artisti in passato hanno proposto con grande maestria.
Fa come Bacon, con rapide pennellate trova una composizione analitica come se fosse intercettata a intuito rabdomantico, una pittura che ti coinavolge in una riflessione sul messaggio emanato. Un gesto molto maturo, come se fosse consumato dal tempo. Prevalentemente bidimensionale insiste sino alla smaterializzazione delle forme, in molti casi si può parlare di segno o di gestualità.
Quando non sono dei monocromi non usa molti colori, demanda allo spettatore la specifica elaborazione. Opere che si devono attentamente guardare per poi trovarne l’effettiva chiave di lettura come se fosse un rimando ad un tempo successivo o come un assimilabilità che perdura.

Giovanni Lauricella, Bato, 27 giugno 2008

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All’interno d un palazzo romano, di quelli del novecento umbertino, in una piazza più che Reale dedicata alla Regina Margherita, secondo piano, int. 5 suono, dopo aver aperto il vecchio ascensore dalla porta esterna a rete nera e con due porticine che si devono sempre richiudere, appena usciti. Sono due, tre, dieci, quindici uno seduto sul pavimento con la sigaretta in bocca, i convenuti al vernissage di un artista del primo novecento anche esso.
Mi do un’orientata, ma ci metto poco impegno, sulla destra, entrando, bello, lindo, pulito, un quadro bianco mi attrae subito. Forme morbide, linee di caffè. Che ostentata sfrontatezza esibire quel quadro così nudo, povero e dai contenuti difficili. Chiedo: meraviglioso, un bianco misterico è il fondo della grande tela e quelle linee morbide, continue, ininterrotte, aprono e chiudono la sintesi d’un immagine collegata senz’altro ad un segno o a una falsa casualità. Chiedo dove è Bato. Dall’aria dinoccolata (ha una certa somiglianza con  Federico Garcia Lorca), mi accoglie, veramente contento della mia visita. Gli comunico la mia impressione, sono sconvolto da tanto coraggio espressivo. Una linea, una sola e l’opera è compiuta. Quasi un affronto alle varie scuole accademiche o a qualche nuovo presunto autore.
Assenti tutte le componenti di un quadro che pretenda di meritare critiche articolate. Una sola linea di caffè diluito, una terra di Siena calda accattivante moderata e silenziosa. Il quadro è lì. Questi giovani autori, che sorprese riservano agli emaciati sopravvissuti del post-sessantotto! Ha affibbiato un titolo, l’autore, tentando di imbrigliare quell’immagine o volutamente dissacrandola per riportare i confini dei sogni che provoca in un’ immanente realtà. “Asino” è il titolo, ma io non riesco a vederlo. Mi sorge un dubbio, forse non la comprendo quella luce della tela e la musicalità di quel segno ocra caldo con alcuni punti di bruno Van Dyck. Poi  comprendo; riguardando e pensando, è l’ennesimo tentativo riuscito di Bato per non lasciare spazio all’inutile divagazione di critici d’arte, raggrumando il significato alla pura linea. Eppure non è un asino! Rispetto da osservatore quel  porre l’opera dentro una scatola dove forse  Bato  raccoglie le sue intime e sacrali convinzioni su come e perché debba esistere un’opera d’arte! “ehi, Daniele, sono veramente scosso dai tuoi lavori, mi commuovono, mi prendono, mi scatenano emozioni, mi sto innamorando dei tuoi quadri” gli dico! Mi guarda e fa trasparire uno stupore  che proviene dalla gratificazione per le mie parole. Siamo contenti tutti e due e gli altri che sono intorno. Percorro con lui le stanze, ad una ad una, mi soffermo sui grandi quadri che racchiudono concettualità e storia dell’arte, con Bacon spirito guida, ma sono di nuovo attratto dai numerosi lavori simili all’ ”Asino”. Geniali sintesi di Sole, luce, spazi, movimenti, plastiche, narrazioni, documenti, significati, cenni immorali, ed etiche raffinate. Bato cerca ragione e sfogo, fino all’estrema sintesi possibile di un’immagine. Ha una sua personale spiegazione di ogni opera esposta, ma non serve. Lo spettatore ha già la sua lettura pronta, perché ogni opera, immediatamente, gliela  regala. Eppure vi è un robusto bagaglio accademico, abbandonato in un attimo e non riproposto. Eppure la sua sfida,  Bato lo sa, è difficile, quasi sull’orlo del sicuro insuccesso. Sa anche, Bato, di essere un pittore “border-line”, ad alto rischio di incomprensione, così come lo furono i poeti ermetici. Le immagini ridotte al minimo espressivo sono un vero ingresso nella luce e nei bagliori del sogno di ognuno, con il rischio di essere sottovalutate. Ma entrare all’interno del mondo creativo di Bato, consente, e non è poco, di ricollegarsi ad una miriade di esperienze culturali e sociali del novecento, dalla raffinata cinematografia di Antonioni e Bergman alle esperienze grosziane di Vespignani degli anni quaranta e cinquanta fino alle sintesi più sperimentali con i bianchi di Castellani o di Fontana. I bianchi in fondo incantano lasciando la tela campo di immagine spietato e infinito, spaventoso e interlocutorio. I segni scarni color caffè e terre mi hanno regalato un autore, uno vero, che, fino ad oggi, disperatamente cercavo e non trovavo. Sono vittima di suggestioni?             No!

Paolo Berti, Soriano nel Cimino, 22 luglio 2008

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La recente produzione pittorica di Bato, evidenzia un cammino artistico che brucia con rapidità le tappe d’una maturità rappresentativa, tesa sempre di più all’essenziale.
Se nei primi lavori, l’eco di grandi maestri dell’arte contemporanea, come Bacon per esempio, lo aveva influenzato nella composizione e nelle cromature, ora, di fronte al rinnovarsi del segno, sempre più libero e più spaziale, non si può far a meno che indirizzare la nostra lettura verso una sincera autonomia, verso una personalità che acquista sempre di più carattere ed individualità.
Molte opere dell’immaginazione sono in realtà una volgare clonazione della realtà sociale. Non sono altro che mimesi. In Bato la realtà non viene “fotografata” e quindi riproposta in quanto tale, fedele ad un falso modello sociale, ma viene interpretata, commentata, in più lavori ridicolizzata e ad essa opposta la visione d’una propria ottica critica e contestatrice.
Il desiderio mimetico o immaginario-speculare, è il desiderio dell’identico. Esso riproduce il reale, anche senza saperlo. Partorisce un gran numero di “narrazioni”, racconti di finzione, o anche comportamenti collettivi come il carnevale, dove l’immaginazione non
fa altro che riproporre il potere anche se ne disegna soltanto una parodia. Bato, in compenso lavora sulla phantasia, che,  scarta ogni effetto mimetico superficiale ponendo come oggetto del discorso oggetti  deliberatamente fittizi, tradisce strutture rivelatrici di un’altra realtà, che le danno un senso.   Il senso delle opere di Bato, oggi sono il senso che molto spesso assume un gesto, un semplice segno, un battere di ciglia. Un alfabeto non mimetico, ma essenziale e sufficiente per descrivere un “fatto” della memoria o raccontare un evento emozionale sviluppatosi soltanto nella nostra interiorità e dall’esterno stimolato.
Potremmo pertanto concludere, annotando l’ironia di base che rende definito il messaggio, la cui rappresentazione oggi ci appare più istintiva, meno soggetta alla perfezione formale, volta anche alla rivalutazione dello spazio o, come dovuto rimando, all’ambiente incontaminato che, a noi inconsapevole e spesso sconosciuto, ci circonda.

Michele Gerco, Passaggi della memoria, 2007

a proposito di ‘Jungle: la mostra personale di Bato’

Quando penso a qualcosa di giunglesco, penso a Salgari.
In pratica funziona così: tu prendi una cosa, una qualsiasi cosa, e poi la salgari, e quella ti si ingiungla all’istante. Si ode un ruggire di tigri brunite, le fronde s’intasano di uccelli e primati, spiagge assolate, tamburi tonanti, liane e imboscate.
E poi un verde forte che sgocciola ovunque e inghiotte tutte le cose.
Da qui il mio stupore nell’aver appreso che Bato è scomparso proprio nella giungla!
Ma cosa diavolo ci fa Bato, che nell’ultima puntata s’era dato alla macchia, tra gli artigli e le ali, gli agguati striscianti e le fughe improbabili, i corni puntuti e le dita opponibili, e tutto quel verde intricato e infestante?
Vuole cambiare bevande?
Dalle misture marroni di caffè a quelle alla foglia di thè?
Così, tanto per dare una bella prima mano di verde?
Bato però sembra ridere di quello che ci aspettiamo da Bato, si prende sacco a pelo e machete, e sulla soglia della selva esclama:
“Torno alla figura.”
Boom.
Me l’ha detto la Lenzi, disperata al telefono.
“Ha detto proprio così, vammelo a riprendere, Frà!!”
“C’è una taglia?”
“Quindici guinee”
Bene, potevo starci…
Allora mi faccio prima un bel giro, poi chiamo un paio di volte la Sciarelli, poi sento che si dice tra i vicolacci bui della lurida Roma.
Mi sveglio l’ennesimo mattino e sono ancora a Pietralata, e più tempo passo qui, più mi indebolisco, mentre Bato diventa più forte ogni minuto che passa accucciato nella giungla.
Lo vedevo, tra le liane e le belve e le altre creature.
Lo avrei trovato, lui o qualche bestia rara, indicibile, misteriosa.
Rimedio finalmente un passaggio da uno zatterone a motore che risale l’Aniene e su lungo il Tevere; e approdo infine a Ponte Sisto, per raggiungere Via Giulia, dove l’hanno visto l’ultima volta.
Metto piede dentro, e due belve feroci incastonate nel ferro mi intimano di guardarmi bene il passo, una volta traversato.
Tra tutte le belve, le più implacabili ed eccezionali: una tigre ed un leone.
La tigre è una C che bruisce, con dorso snellito in foglia battuta nel ferro e dopo saldata.
E’ appena atterrata e pronta alla zampata.
Il leone è una grossa corolla di pianta carnivora su una schiena possente che curva.
Nessuno, neppure la notte, oserebbe sfidarlo.
Ed era solo la soglia della giungla…
Sposto l’ampia foglia di una pianta gigante che da sola copriva la visuale, come fosse un sipario diafano e fotosintesico.
E dopo boom.
Giungla di Bato a perdita d’occhio.
Tutto parla del suo passagio, come con Kurtz; ma lui però è passato allegro come Mogwli, ben inserito come Tarzan.
Ma che dico, di più: è un Adamo autorizzato a dare le forme alle cose, invece che i nomi!
E questo sì che è tornare alla figura, signori!
Tutto nella selva intricata è figura, ma figura che rimanda a Bato.
Alle sue curve, alle sue incresapature, a quelle sue tinte e i suoi segni a carboncino.
Bato gli ha dato le forme che gli riguardano, alla giungla, fino a rimodellarsela addosso.
E si è divertito non poco, date retta a me…
Tanto per far capire che non si scherza affatto, si è triplicato:
Dipinti, schizzi e sculture.
Trino, con triplice effetto, come dio e certi dentifrici.
Uno eppure trino… ma cosa si è messo in testa?
Bato si è fatto come quei delta che sfociano enormi alla resa del Congo, si mette alla prova, è un Bato che è un Gange.
Ribadisce il concetto di forme, che anche nei diversi stili proposti, risuonano una con l’altra.
Non c’è Vodoo qui.
C’è Technicolor!!
C’è una tigre che balza feroce in triangoli neri e marroni, e il suo lungo saltare si tinge del colore delle piante che sposta, e piano si fa di un bel verde. E la tigre ha la stessa espressione da C innervosita di quella all’entrata.
Affiora dalle acque un caimano con denti di mina e armatura egizia di oro, e affiora dalle lande supreme di colore schiumato, a cui Bato ci ha già abituato. E lo stesso caimano è schizzato come in quattro momenti del giorno mentre che lui riaffiora sempre, è sempre sul far del ritorno.
Marabù si levano in macchie nere che nell’esplosione si fanno ali e code, e rossi quei becchi sulle carogne. E poi un baccano severo, una Rumble into the Jungle, l’incontro ai vertici di due gorilloni che menano e mordono, dipinti da un Bato sicuro, con macchie superbe che sì, daranno pure le forme, ma dannno anche dell’altro. E lungo la schiena di uno dei due, il carboncino traccia un tratto spinale e poi triangolare, che finisce per somigliare a quelle foglie schiuse tra gli Schizzi della piante e dei fiori, la Flora di Bato.
Ancora incarnata, in bocche dentate, mucose infiammate ed alberi come montagne.
E intanto la Parata dei Mandrilli gagliardi; trittico di Ibis Scarlatto; serpenti in combutta ai danni di un Bucero, che rapido si smacchia di torno; un boa smeraldino che ingoia la scimmia; un orso che pesca; un bel babirussa a riposo vicino ad un albero (che è come un cinghiale iper-selvatico, e quindi valeva anche dire ‘cinghiale a riposo vicino ad un albero’); un insetto stecco scrostato dalla coltre verde di un muschio militare; un leone che si scontra col boa, e alla fine si mischiano insieme tale era l’impeto del primeggiare.
E gli schizzi sono gli ingredienti dei quadri, a mille cosparsi lungo i selciati, abbozzano ancora quelle forme sfuggenti, tonde e annacquate, mezzo mischiate, in parte scomposte e poi compattate.
Il gioco di Bato.
Il Regno di Cong.
Non c’è Vodoo qui, c’è il diverimento di chiudere tutto in poche forme precise e definitive.
Bato ci ha messo lo zampino dietro a questa giungla; ha architettato tutto lui.
In pratica spunta da ovunque.
S’è fatto una cattedrale vegetale e fauno autoreferenziale.
A lui le sue statue di gorilla con braccia di ponti, struggenti leoni fioriti in aprile e ruggenti, i bronzi, le resine e le cere; le matite, le chine e le techiche miste.
E’ tutto un marasma intricato di teste di C (come nella vita non credete?): le tigri, i serpenti, gli orsi, i leoni; e poi tutti i corpi a forti colori, che vanno a snellirsi in gesti veloci, fino a farsi foglie e passi leggeri.
Quando sono tornato, ho capito che non c’era alcun bisogno di cercare Bato, perché proprio con lui ero stato nelle ultime ore.
Perso lì in mezzo, tra le sue soluzioni e le sue conclusioni.
Alla fine sono entrato nella giungla e ho trovato una bestia rara.
E’ il Bato.

(inutile dire che le quindici guinee non si sono viste, no?)

Danilo Pette, LA BESTIA RARA, marzo 2018