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                                                 I Romani per esempio usavano l’espressione Hic sunt leones (“qui ci sono i leoni”) per indicare, nelle cartine, le regioni inesplorate e quindi pericolose.

Certo lo potresti fare: cercare un senso compiuto oppure un appiglio nelle gocce di Caffè&China  evase da qualche sorso irrequieto; che come isole liquide vanno poi a galleggiare sul legno della tavola.
Come no, lo potresti fare.
Potresti decretare forme alle nuvole in sosta vietata nel cielo, se non hai nulla di meglio da fare.
Come l’ubriaco che non alza più la testa da tavola perchè ci ha trovato una missione.
Come immenso cielo stellato di moca, apparecchiatosi sulla tovaglia per essere contemplato.
Timbrato con fondi di tazzine.
Bolla d’imballaggio.
Pronto da spedire.
La vecchia strega vede presagi nel fondo del caffè.
Povera stupida ingenua.
Qui c’è chi ne fa mezzo espressivo, altro che cazzi.
Le silouetthes alla caffeina che Bato ci propone sprigionano un’aroma eccitante, un incantesimo di veglia perpetua che da di
pendenza.
Diluite, schizzate, vaporose, scrosciate.
Avanzi di sgocciolamento.
Sembrano macchie scure su superfici dentali, brulicanti di microbi lineari e fermenti lattici circolari.
Qualcuno ci mettebbe un otturazione.
Non è proprio il caso in questione.
Il pennello che li ha tracciati deve essere un cucchiaio avana zuccherato, estratto da schiuma al cappuccino di china. 
E il Cromatismo? direte voi.
Il Cromatismo un cazzo.
E’ l’Intruglio conquistato, la sostanza.
La presa di coscienza che la china decaffeìna.
“Ne prendiamo uno al vetro e uno in tazzina corretto al pigmento nero, grazie”.
La ricetta è semplice, per tutte le signore a casa.
La mistura pitto-caffèEspresso alchemica su base bianco latte, ha un comportamento decorativo come macchia su colletto inamidato.
Crea con la sua essenza oasi brune e specchio parallele, manti setosi di cammello, marmo venato di stoppa. A farci caso è organica, a volte mollica di pane o fetta biscottata, altre buchi di tarlo nel fondo del legno carammellato.
Viste da sopra sono carte geografiche di grandi savane e leoni attorcigilati.
Coordinate di spedizioni lontane su papiro ingiallito.
Decorazioni al tabacco denso, che corrompono il territorio ad ondate e spargimenti.
Ecco dove ci porterebbero, fosse per loro, al naufragio decaffeinato.
Ecco cosa ci propongono: studi su regioni inesplorate, dal selvaggio materiale pittorico, dove poter mostrare l’ombra del gesto & la traccia della volontà & le ragioni del gusto. 
E la Figura, direte voi?
La figura niente, cercatela altrove.
Balene che si specchiano in balene, alberi piegati sulla sabbia come schiena di guerriero in rotta, semi in marcia composta scaturiti da ombelichi vegetali, figure che si torcono in panorami finchè non tutto diviene paesaggio dell’intuizione pittorica.
Che ci devi fare con la figura?
La figura si è data alla macchia, per latitudini battute già dall’educazione.
Qui si parla di altro.
Hic sunt batocchiones.   

Danilo Pette, HIC SUNT BATOCCHIONES,  9 dicembre 2011

                                       

Ti scrivo dalle viscere della terra la “regione delle madri” forse,
dove sono disceso per conservare incolumi alcuni valori immateriali,  non convertibili, certo,che appartengono al dominio dello spirito umano. In questa profondità ancora verde, la landa dell’originario forse, io cercherò di recuperare il segreto primitivo del nostro significato nel cosmo.
Osvaldo Licini, [da una lettera del febbraio 1941]

E’ un vocabolario astratto ugualmente attento alla geometria quello di Bato, modulato con un’intensità cromatica che infrange la tessitura regolare della composizione. I suoi quadri si compongono di superfici pittoricamente sensibili, con profondità tonali che eludono le campiture piatte e compatte. Nascono così le sue creature inquietanti, ironiche, affascinati e sensuali, svincolate da ogni tentativo di racchiuderle in una “modellazione” e proiettate verso una assoluta
purezza formale. Le sue creazioni posseggono una grazia incantevole dove la pittura diviene gioco misurato di ombre in cui si libera un’originale vena poetica percepibile nelle fragili e leggere strutture fatte di colori tenui e forti insieme campiti a zone, di forme fluide cariche di senso della dinamicità.    
Nella rappresentazione dei corpi Bato riduce i particolari anatomici e annulla quasi del tutto i tratti del contesto, ma la leggera struttura volumetrica delle sue figure domina vivacemente nello spazio. L’artista dissolve così la figura umana e la sua identità, riduce a linee appena accennate i corpi, cancellandone i dettagli e facendo emergere la sua ricerca di armonia ed equilibrio dei volumi e delle linee. Prevalgono strutture essenziali e limpide, rette o curve, superfici ondulate che riflettono o imprigionano la luce nei vari movimenti flessuosi: si tratta di strutture aperte, levigate, luminose come bassorilievi in gesso dove il gioco della luce e dell’ombra costituisce l’unico intento compositivo.           
L’assenza di pennellate dense e la scelta di materiale fluido – caffè e china – conferiscono all’opera una vita propria, un divenire autonomo, attraverso una struttura pittorica che si modula liberamente nello spazio in intervalli che generano un effetto a tratti armonico e disarmonico. Sono pause indispensabili in questi quadri, che si colgono fra i tratti sottili e le masse piene di colore, ma che rendono le superfici vibranti, leggere, fatte di fantasia e poesia ironica.  
Una leggerezza provocante e garbata allo stesso tempo si impossessa degli impercettibili segni sulla tela che conservano un’intensità quasi sofferente, che rievoca i suoni immateriali di una sinfonia.
Le forme  sono private dall’artista di qualsiasi superficialità illustrativa e dimostrativa e tendono piuttosto a farsi portavoce della sua volontà di educare il mondo ad un respiro lieve; con grazia e discrezione fuoriescono dalla tela come versi di una poesia, sono segni dettati dal cuore, forme che diventano sentimento.   

Belinda Granata, Ombra Tremula, 7 dicembre 2011

 

La collezione sadico /grottesco/cyberpunk, parte stabile del sito,  il Bato precedente il Bato d’oggi,  non può così facilmente essere assimilata a un  “Bacon”prestampato, come han furoreggiato i critici, quanto a uno straniare tra colori una sorta d’immaginario scuro e violento, caro alla cultura underground o cibernetico-primordiale dei giorni nostri. Dall’ombra infittita di figure e carne nasce l’ombra distillata in gocce-confitte nel nero-bruno di fondi di caffe rappreso di cui sono sostanziati questi nuovi, silenzi secchi, perversi, una collezione di ASTRI NERI, da  cui discendono sesso, droghe, heavy  metal, dark, industrial (nel senso del precedere,e ri-discendere). Proprio nella sessualità scura e in fuga verso infiniti SCURI, identifichiamo un paragone musicale con dark, electro dark , industrial. “Roba forte”, per cosi’ dire. Ma ora distillata,  secca  (nel senso di una frase secca).  Poi mi lascio catturare dalla bellezza lapidaria di certi titoli Ipotesi X O R 4, ad es.  ad abbracciare un’intera personale, per il loro suono proveniente da profondi antri d’universi stellati, so bene che hanno un significato e una teoria dietro, ma a me piace vedere il significante, simile agli alfabeti di popoli sconosciuti di Munari, o alle lingue indecifrabili dei Writers. Un underground”out of time”o “against time”, e il piu’ possibile, almeno come impulso,  Fuori dal tempo, per me che l’ho conosciuto, l’impulso a uscire del  nostro, è abbastanza flagrante. Il tempo rimanente, quello del giorno, è sfocato come un’ombra in un fotogramma deteriorato, rimane compresso dietro l’altro tempo, un colore sformato dietro il colore-Fuori.

Cosimo Angeleri, ASTRI NERI, 2009

 

Ero giunto alla fine della giornata, ed ero ancora vivo e parzialmente lucido. Sollevai il telo immobile che si stendeva sul quadro. Lo scrutai a lungo cercando qualche imprecisione che aiutasse a capire se era Melanconia o una sua possibile derivazione temporale. Ai tempi della sua creazione, ci eravamo spinti molto a fondo sul concetto di tempo.
“Il tempo non esiste” mi confidò mentre fissava il vuoto.
In fondo era una soluzione accettabile e neanche così banale.

Quella sera mi resi conto che il quadro parlava una lingua diversa,  lontana e familiare nello steso tempo. Cercavo di decifrarlo fino a che potevo concettualizzare ogni suo strato: la visione, le forme, i concetti, le emozioni, i colori, le densità, la frattalità, le onde chimiche e le ampiezze di probabilità. Dentro e fuori, sopra e sotto, chiaro e scuro, lineare e differenziale. Era tutto lì, in un’unica tela, espressione immobile di versioni possibili ed alternative della realtà in cui sentiamo, di essere immersi.
“Il tempo non esiste ma non è una costante” aggiunsi fulmineo.
“Il tempo e lo spazio si influenzano reciprocamente tramite zone di localizzazione più o meno dense”.
Ormai lo spirito che aveva caratterizzato una delle persone più interessanti che io abbia mai conosciuto non c’era più. Lo osservavo mentre lottava contro l’idea della fine, mentre tentava di modificare il più possibile la distanza entropica che si stava via via assottigliando. Era uno scontro impari ed assistevo impotente.
Indicò un libretto scuro tenuto insieme da un laccio poggiato in terra vicino al vaso di melograno. Lo presi e iniziai a leggere una pagina a caso.

[.. la figura piana più semplice possibile, il triangolo, esiste in quanto tale, o esiste in quanto realizzabile? Rispettando i vincoli geometrici soggiacenti alla costruzione di un triangolo, siamo sicuri che esso una volta realizzato – disegnato su un foglio – rappresenti il concetto che pretende di suscitare in tutti gli osservatori? Un piano definisce una geometria dalla quale nascono le condizioni oggettive (assiomi) che ne definiscono lo strato su cui poggia quella specifica realtà. Il concetto stesso di curvatura è avulso dal contesto di “piano geometrico” mentre ogni linea ed ogni punto realizzano quell’approssimazione che tanto si sposa bene con l’intelletto umano. Da contro viviamo su un pianeta che si avvicina tridimensionalmente al concetto di sfera, indi per cui nessun triangolo, per quanto infinitesimo, sarà piano se realizzato su una sfera.
Ora mi risulta possibile ridefinire l’idea del triangolo come “l’idea possibile e indeterminata”. Ieri la curvatura tempo-spazio mi ha sussurrato in un orecchio, senza nessun pudore, la natura della sua esistenza
..]

Mi spiegò che il vaso rappresenta l’uso che generalmente se ne può fare di un contenitore generico: ogni persona può essere espressa come contenentee contenitore. Di fatto ogni spiritualità ed ogni coscienza personale modellano il prototipo vaso in ciò che siamo.
Oltre alle figure umane, cui era solito riferirsi nei suoi dipinti, questa volta aveva inserito anche elementi naturali inanimati, decorativi, seriali. Serie geometriche partorite dalla madre di tutti gli inganni. Era li davanti a me svogliato ma imponente. Un dipinto in cui la natura assumeva forma e contorno era tutto ciò che asciava al mondo. Stava collassando e con lui la funzione d’onda del pensiero umano.

Mi voltai a cercare un appiglio emotivo. Aveva smesso di parlare e il suo sguardo era sempre più spento.
Colsi nella figura appartata in basso a destra se stesso impaurito, ma nello stesso tempo incuriosito, da ciò che avveniva dall’esterno – al cento del quadro – dove personaggi organizzati su modelli piramidali modificavano e manovravano le vite di ignari esseri umani, chini a raccogliere quello che a loro sembrava condurre ai fondamenti dell’esistenza. Ero abbastanza stupito da quello che aveva ottenuto. Molti dei discorsi intrapresi negli ultimi mesi erano germogliati in un ‘opera concreta. In fondo era giusto che fossi lì a tentare di sciogliere l’intricato peso pittorico che gravava sul dipinto: avevo contribuito inconsapevolmente alla sua genesi concettuale ed ora dovevo completarne l’intenzione.

[.. una volta consolidato il concetto di “evento” riusciamo a definire l’identità tra due punti. Da cui la non – identità è il concetto stesso di retta. Applicando ricorsivamente questo ragionamento passiamo rapidamente alle tre dimensioni per approdare a ciò da cui eravamo partiti, la quarta dimensione “probabile” ..]

Aveva annotato tutto ciò che non era possibile dipingere ma che era possibile concettualizzare. Melanconia muta lo strato  su cui poggiava il suo significato istante dopo istante. C’era una zona, quella in alto dietro al lampione, rimasta stranamente in bianco. Solo onde di probabilità ed orbitali tetraedrici a spiegarne l’inconsistenza.
E seduto sul letto. Mi sentii stringere il polso sinistro così mi voltai. Il suo sguardo determinato, definiva l’ultimo slancio: era pronto mentre io ero completamente allucinato. Capii che dovevo completare il dipinto. Ne aveva bisogno per andarsene. Presi una matita ed iniziai a scrivere. Da quel momento in poi non posso dire con certezza se gli eventi che si susseguirono furono coerenti co le leggi di questo mondo.

“.. dal punto alla retta, verso la figura bidimensionale minima, passando per il quadrato fino ad aumentarne esponenzialmente i lati. Il cerchio come ultimo stato di illuminazione..”
π diviene ciò verso cui tendere per collegare la razionalità percepita con l’irrazionalità suggerita dall’ infinitamente piccolo ed infinitamente grande. Sovrapposizioni lineari di stati egualmente probabili, definiti secondo ampiezze di probabilità, le quali sorridono all’idea che un osservatore tenti di imitarle. Osservare significa perturbare, l’unica soluzione all’esistenza è la condivisione.
La natura si compie tramite leggi quadratiche. La discrepanza tra l’area del quadrato e l’area del cerchio mette in relazione ogni circonferenza con ogni diametro indipendentemente dalla scala di osservazione, quindi indipendentemente dall’osservatore. Indeterminazione violata!

Avvertivo crescere sempre più l’equivalenza tra l’energia e la densità di massa localizzata. Il limite superiore venne abbattuto di colpo, caddi a terra e dimenticai chi fossi.
Quando riaprii gli occhi c’erano persone più o meno eleganti che spiegavano  Melanconia ad un pubblico disinteressato. Chi ubriaco, chi lascivo, chi pseudo soddisfatto nell’ego, chi deluso da una vita vile condotta senza strappi, chi illuso di esser meglio a prescindere, chi morente in una stanza piena di cadaveri, chi ancora troppo curioso per capire chi lo fotterà, chi perso in un utero fin troppo esperto, chi convinto di poter entrare e uscire da qualunque situazione, chi troppo legato alle proprie radici e chi invidioso dei funerali, chi ha risolto equazioni e chi paventa risultati altrui come propri, chi stanco e chi appena nato, ma tutti in fondo più simili di quello che pensano.
Il metodo è il metodo stesso, e Melanconia parlava proprio di questo.
Ora tutto quello che potevo scorgere tra la folla era solamente una tela bianca di due metri per circa un metro e mezzo, dove chiunque poteva disegnarci sopra qualsiasi cosa.

Marco Tramontana, Melanconia , 2008

 

Bato esprime pienamente quel gesto autoritario che grandi artisti in passato hanno proposto con grande maestria.
Fa come Bacon, con rapide pennellate trova una composizione analitica come se fosse intercettata a intuito rabdomantico, una pittura che ti coinavolge in una riflessione sul messaggio emanato. Un gesto molto maturo, come se fosse consumato dal tempo. Prevalentemente bidimensionale insiste sino alla smaterializzazione delle forme, in molti casi si può parlare di segno o di gestualità.    
Quando non sono dei monocromi non usa molti colori, demanda allo spettatore la specifica elaborazione. Opere che si devono attentamente guardare per poi trovarne l’effettiva chiave di lettura come se fosse un rimando ad un tempo successivo o come un assimilabilità che perdura.     

Giovanni Lauricella, Bato, 27 giugno 2008

 

All’interno d un palazzo romano, di quelli del novecento umbertino, in una piazza più che Reale dedicata alla Regina Margherita, secondo piano, int. 5 suono, dopo aver aperto il vecchio ascensore dalla porta esterna a rete nera e con due porticine che si devono sempre richiudere, appena usciti. Sono due, tre, dieci, quindici uno seduto sul pavimento con la sigaretta in bocca, i convenuti al vernissage di un artista del primo novecento anche esso. 
Mi do un’orientata, ma ci metto poco impegno, sulla destra, entrando, bello, lindo, pulito, un quadro bianco mi attrae subito. Forme morbide, linee di caffè. Che ostentata sfrontatezza esibire quel quadro così nudo, povero e dai contenuti difficili. Chiedo: meraviglioso, un bianco misterico è il fondo della grande tela e quelle linee morbide, continue, ininterrotte, aprono e chiudono la sintesi d’un immagine collegata senz’altro ad un segno o a una falsa casualità. Chiedo dove è Bato. Dall’aria dinoccolata (ha una certa somiglianza con  Federico Garcia Lorca), mi accoglie, veramente contento della mia visita. Gli comunico la mia impressione, sono sconvolto da tanto coraggio espressivo. Una linea, una sola e l’opera è compiuta. Quasi un affronto alle varie scuole accademiche o a qualche nuovo presunto autore.
Assenti tutte le componenti di un quadro che pretenda di meritare critiche articolate. Una sola linea di caffè diluito, una terra di Siena calda accattivante moderata e silenziosa. Il quadro è lì. Questi giovani autori, che sorprese riservano agli emaciati sopravvissuti del post-sessantotto! Ha affibbiato un titolo, l’autore, tentando di imbrigliare quell’immagine o volutamente dissacrandola per riportare i confini dei sogni che provoca in un’ immanente realtà. “Asino” è il titolo, ma io non riesco a vederlo. Mi sorge un dubbio, forse non la comprendo quella luce della tela e la musicalità di quel segno ocra caldo con alcuni punti di bruno Van Dyck. Poi  comprendo; riguardando e pensando, è l’ennesimo tentativo riuscito di Bato per non lasciare spazio all’inutile divagazione di critici d’arte, raggrumando il significato alla pura linea. Eppure non è un asino! Rispetto da osservatore quel  porre l’opera dentro una scatola dove forse  Bato  raccoglie le sue intime e sacrali convinzioni su come e perché debba esistere un’opera d’arte! “ehi, Daniele, sono veramente scosso dai tuoi lavori, mi commuovono, mi prendono, mi scatenano emozioni, mi sto innamorando dei tuoi quadri” gli dico! Mi guarda e fa trasparire uno stupore  che proviene dalla gratificazione per le mie parole. Siamo contenti tutti e due e gli altri che sono intorno. Percorro con lui le stanze, ad una ad una, mi soffermo sui grandi quadri che racchiudono concettualità e storia dell’arte, con Bacon spirito guida, ma sono di nuovo attratto dai numerosi lavori simili all’ ”Asino”. Geniali sintesi di Sole, luce, spazi, movimenti, plastiche, narrazioni, documenti, significati, cenni immorali, ed etiche raffinate. Bato cerca ragione e sfogo, fino all’estrema sintesi possibile di un’immagine. Ha una sua personale spiegazione di ogni opera esposta, ma non serve. Lo spettatore ha già la sua lettura pronta, perché ogni opera, immediatamente, gliela  regala. Eppure vi è un robusto bagaglio accademico, abbandonato in un attimo e non riproposto. Eppure la sua sfida,  Bato lo sa, è difficile, quasi sull’orlo del sicuro insuccesso. Sa anche, Bato, di essere un pittore “border-line”, ad alto rischio di incomprensione, così come lo furono i poeti ermetici. Le immagini ridotte al minimo espressivo sono un vero ingresso nella luce e nei bagliori del sogno di ognuno, con il rischio di essere sottovalutate. Ma entrare all’interno del mondo creativo di Bato, consente, e non è poco, di ricollegarsi ad una miriade di esperienze culturali e sociali del novecento, dalla raffinata cinematografia di Antonioni e Bergman alle esperienze grosziane di Vespignani degli anni quaranta e cinquanta fino alle sintesi più sperimentali con i bianchi di Castellani o di Fontana. I bianchi in fondo incantano lasciando la tela campo di immagine spietato e infinito, spaventoso e interlocutorio. I segni scarni color caffè e terre mi hanno regalato un autore, uno vero, che, fino ad oggi, disperatamente cercavo e non trovavo. Sono vittima di suggestioni?             No!     

Paolo Berti, Soriano nel Cimino, 22 luglio 2008

 

La recente produzione pittorica di Bato, evidenzia un cammino artistico che brucia con rapidità le tappe d’una maturità rappresentativa, tesa sempre di più all’essenziale.
Se nei primi lavori, l’eco di grandi maestri dell’arte contemporanea, come Bacon per esempio, lo aveva influenzato nella composizione e nelle cromature, ora, di fronte al rinnovarsi del segno, sempre più libero e più spaziale, non si può far a meno che indirizzare la nostra lettura verso una sincera autonomia, verso una personalità che acquista sempre di più carattere ed individualità. 
Molte opere dell’immaginazione sono in realtà una volgare clonazione della realtà sociale. Non sono altro che mimesi. In Bato la realtà non viene “fotografata” e quindi riproposta in quanto tale, fedele ad un falso modello sociale, ma viene interpretata, commentata, in più lavori ridicolizzata e ad essa opposta la visione d’una propria ottica critica e contestatrice.  
Il desiderio mimetico o immaginario-speculare, è il desiderio dell’identico. Esso riproduce il reale, anche senza saperlo. Partorisce un gran numero di “narrazioni”, racconti di finzione, o anche comportamenti collettivi come il carnevale, dove l’immaginazione non
fa altro che riproporre il potere anche se ne disegna soltanto una parodia. Bato, in compenso lavora sulla phantasia, che,  scarta ogni effetto mimetico superficiale ponendo come oggetto del discorso oggetti  deliberatamente fittizi, tradisce strutture rivelatrici di un’altra realtà, che le danno un senso.   Il senso delle opere di Bato, oggi sono il senso che molto spesso assume un gesto, un semplice segno, un battere di ciglia. Un alfabeto non mimetico, ma essenziale e sufficiente per descrivere un “fatto” della memoria o raccontare un evento emozionale sviluppatosi soltanto nella nostra interiorità e dall’esterno stimolato.
Potremmo pertanto concludere, annotando l’ironia di base che rende definito il messaggio, la cui rappresentazione oggi ci appare più istintiva, meno soggetta alla perfezione formale, volta anche alla rivalutazione dello spazio o, come dovuto rimando, all’ambiente incontaminato che, a noi inconsapevole e spesso sconosciuto, ci circonda.

Michele Gerco, Passaggi della memoria, 2007